20 agosto 2011

INFERNO 1,32



Dal crepuscolo del giorno al crepuscolo della notte, un leopardo, negli ultimi anni del secolo 12, vedeva tavole di legno, sbarre verticali di ferro, uomini e donne mutevoli, una parete e forse una conca di pietra con foglie secche. Non sapeva [il leopardo], non poteva sapere, che bramava amore e crudeltà e il caldo piacere di sbranare e il vento con odore di selvaggina, ma qualcosa in esso soffocava e si ribellava e Dio gli parlò in un sogno: Vivi e morrai in questa prigione, perché un uomo, ch’io mi so, ti guardi un numero determinato di volte e non ti dimentichi e ponga la tua figura e il tuo simbolo in un poema, che ha il suo posto preciso nell’universo. Patisci prigionia, ma avrai dato una parola al poema.
Dio, nel sogno, illuminò l’opacità dell’animale e questi comprese le ragioni e accettò quel destino, ma in esso, quando si destò, vi fu soltanto un’oscura rassegnazione, un’intrepida ignoranza, perché la macchina del mondo è troppo complessa per la semplicità di una fiera.
Anni dopo, Dante moriva in Ravenna, non giustificato e solo come ogni altro uomo.
In un sogno, Dio gli rivelò il segreto proposito della sua vita e della sua fatica, Dante, meravigliato, seppe infine chi era e che cosa era e benedisse le sue amarezze.
[…] La tradizione narra che, nel destarsi, sentì che aveva ricevuto e perduto una cosa infinita, qualcosa che non avrebbe più potuto riavere, e neppure intravedere, perché la macchina del mondo è troppo complessa per la semplicità degli uomini.

Jorge Luis Borges

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